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Un davanzale, il carro da morto, un funerale
Tu che ti mangi le unghie e fai sanguinare
Un dito
L’anulare.
Il sole che arroventa l’asfalto,
Che lo fa fumare.
Uno sciame d’api, un tavolino tondo,
un pensiero torbido, le mie caviglie, la tua introspezione.
Qualche seme di girasole spaccato in due con un bottino gramo, un grano.
Tu e la tua voglia di deriva, il boma, la boa,
la forma della pazienza.
Noi in questa stanza
Il sudore luminoso, l’abbondanza di circostanze,
Lo sfavore degli dei, questo cielo strabico
I tuoi occhi cangianti come acciughe,
le lancette che si conficcano nel tempo,
la ferita asciutta della mancanza
Ancora noi
In questa stanza
Un davanzale e le sue gerbere, la terra smossa,
Un fremito
Dammi del tempo, dammi la mano, dammi credito
Non adombrarti, resta radiante
Io vivo sulla luna e comando la marea
Che ci fa piangere e seccare gli occhi
Prendimi in giro per la città,
prendimi in giro
che tanto ho imparato che le cose serie
prima o poi tornano cose
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Musica di Aaron, foto di Darrel

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Un traveller John con le cosce bianche e pelose soffocate in shorts di una taglia ottimista,
stava cercando d’ipnotizzare tre maki dall’aria stanca.
Sul tavolino precedentemente pulito da colpi di spugna unta
rilucevano onde di passaggi in controluce.
John non sapeva che pesci prendere.
Ma sicuramente ciò che giaceva in una tomba di riso colloso avvolto in un’alga
era già morto da tempo.
Tracce di piombo gli sarebbero scese nell’esofago, attraversato il pancreas
ed invaso l’intestino. Batteri patogeni sarebbero stati parzialmente corrosi
da colate di Coca Cola Zero.
Nessuno zucchero aggiunto solo degli edulcoranti come il ciclammato di sodio,
l’acesulfame K e del semplice aspartame.
John ora faceva fuori il primo maki e masticando piano, con un leggero affanno,
si perdeva dietro il gluteo ondeggiar di femmina francese di razza bianca,
età presunta diciannove.
Il bel tempo che spoglia i corpi, il calore che lucida la pelle di sudore che scivola piano,
la maleodoranza del popolo in movimento, i profumi e le spezie,
la traspirazione dei nostri ideali.
La corsa.
John rutta di nascosto e nel contempo sogna.
Ha gli occhi lucidi di gas inesploso e l’aria affranta per tutto il suo surplus.
Quel troppo che lo priva.
Arriva il 65. Sono affamata di altri panorami.
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legenda:
illustrazione di Gianluca Folì
trashfood
fatti il tuo maki se hai coraggio
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tutto nella norma?
norma: oh, sì sì
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Parigi, foto incollate a un muro del terzo arrondissement
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Lui l’amava tantissimo, tanto da fotografarla ogni volta che lei usciva di casa.
Era il 1950 e Joseph Cardiff si era fatto colpire in pieno cuore da un fulmine,
probabilmente in maggio.
Lei non era particolarmente bella, solo che gli sorrideva ogni volta che lo incontrava e lui,
che aveva una moglie molto seria, trovava sollievo in quella parata di smalto bianco,
trentadue perle, avrebbe cantato De Gregori.
Si era sposato con Marie, sei anni prima, ma poi scoprì che la moglie
voleva solo esser moglie e di amarlo, nemmeno a parlarne.
Anzi, taceva sempre e parlava solo per lamentarsi.
La cosa che faceva di più soffrire Joseph era l’attribuizione a lui
di qualsiasi colpa circolasse in casa.
Se lei rompeva un bicchiere era perchè lui l’aveva messo nel posto sbagliato,
se l’arrosto si bruciava era perchè lui le aveva rivolto una domanda
e lei si era distratta, se era dimagrita era perché lui non amava le frittelle di mele
e dunque lei non le faceva più.
Poi, un giorno di maggio, in cui l’aria sapeva di rose e tramontana,
lui cambiò una cosa piccola nella sua vita: cambiò strada.
Invece di passare per Rue du Temple, prese il passaggio Vendôme
e lì la vide per la prima volta.
Indossava un grazioso abito celeste a fiori, calzava delle scarpe bianche con la zeppa
e aveva una grande borsa a quadri.
Era pettinata con cura, ma si vedeva che ogni mattino litigava con le onde fra i capelli
che le rendevano mosso il capo, come il mare di Brest.
Lui rimase un lungo istante a guardarla, sentendosi attraversare il corpo da quella saetta
che gli aveva spaccato il cuore in due, spargendo amore fra gli organi interni.
Lei se ne accorse e gli sorrise.
Un sorriso di quelli che non si dimenticano, fatto con gli occhi, col naso e con la fronte.
Quel sorriso fu un abbraccio, un bacio, una pacca sulla spalla.
Da quel giorno di maggio Joseph Cardiff continuò a sbagliare strada
per andare a comprare il pane e non dimenticava mai la sua macchina fotografica.
La fotografava ogni giorno, con ogni tempo.
Era un po’ come vivere con lei, sapere cosa indossava,
indovinare i suoi pensieri dallo sguardo, soffermarsi su un gesto,
un passo diverso, un’esitazione.
La sua vita cambiò obiettivo ed il soggetto divenne l’oggetto dei suoi desideri.
Joseph Cardiff si suicidò l’anno seguente, lo stesso giorno di maggio
in cui cadeva l’anniversario del suo incontro.
Sua moglie inciampò nel suo corpo, mentre per la prima volta
entrava nella sua camera oscura.
Lo aveva chiamato per la cena una, due, tre volte.
Non era mai entrata lì dentro.
Quando profanò la camera, accendendo la luce,
si trovò davanti suo marito che oscillava, appeso a una corda.
Stesa ad asciugare, stava una signora sorridente vestita da sposa.

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Abdoullay sarà alto un metro e novanta, almeno.
E’ così nero che da lontano il bianco degli occhi risalta con prepotenza.
Sembra che all’interno della sua testa ci sia una luce e che gli occhi siano accesi.
E’ un uomo cortese e la sua terra è il Burkina Faso.
La prima volta che è entrato nel ristorante il ristorante è diventato ancora più piccolo,
come se lui fosse Alice e io nel paese delle meraviglie.
Ha salutato con una manona ed ha spazzato via il pepe dal tavolino dell’entrata.
L’ha raccolto e rialzandosi ha sbattuto contro il bancone, terremotando i bicchieri.
Ha detto che lui si occupava di lavare - e benissimo - tutte le vetrine dei negozi
della via.
Se avessimo accettato il suo contributo in fatto di trasparenza e limpidezza
avremmo dovuto pagare la modica cifra di cinque euro.
Una volta ogni settimana, ok?
Il contratto con Abdoullay prevede la pulizia accurata,
con apposito strumento e secchio blu,
di vetrina, porta del ristorante e specchio grande nella sala.
Il suo salario corrisponde a cinque euro più un caffè.
Ieri mi ha detto che faccio il caffè più buono del mondo
e che non importava gli mettessi il piattino.
Ha un rito tutto suo per bere il caffè: rovescia la testa indietro, apre la bocca e,
senza appoggiare la tazzina alle labbra, se lo versa giù giù nel cavo orale.
Poi apre la bustina dello zucchero e con un unico, potente risucchio, lo fa sparire in gola.
Julienne, la fruttivendola che porta il nome di un modo di tagliare i legumi,
non lo ama particolarmente.
Non ho ancora capito se è perché nero o perché il suo negozio non possiede vetrine,
ma solo una saracinesca.
In ogni caso ieri l’ho chiamato Monsieur e lui mi ha risposto così:
no no no no, io non sono signore, tutti sono signori, ma solo io sono Abdoullay,
come il mio padre
Dunque ora lo chiamo per nome ed entrambi siam più contenti.
Non importa se mi chiama Clara, quando dico Cecilia lui mi sorride
e anche a Clara va bene così.
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Nella foto fatta oggi alle undici e sette minuti,
particolare del ristorante: vini a consumo.
Tecnica mista, foglio di carta riciclata, parziale di contenitore di uova di galline in percorso libero, rossetto marca Nacara, couleur Djerba. Spalmato con dito indice destro che ora macchia i tasti di cui si occupa, ovvero la u, la j , la enne e la acca. A volte anche la y.
Ma la y la uso poco.
Hey? hai visto il poney che mangia lo yogurth? Ha gli occhi che van su e giù come yo-yo.
Voilà, abbiamo fatto arrossire anche la y, che si era offesa.
Au revoir, gentili signore e signori.
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Ho fatto una foto.
Lei era contenta, lui era contento ed entrambi erano coreani.
Quando la scaricheranno sul computer in albergo o nella loro città,
nella provincia di Chungcheongbukdo, si ritroveranno intatti,
vestiti di blu coi sorrisi pieni di denti e il Jardin des Tuileries
che verdeggia alle loro spalle.
Questa domenica brulica di turisti, è il primo giorno di vera primavera
e la Senna è profanata da un andirivieni di battelli colmi di giacche a vento leggere
che si gonfiano col vento, per coerenza e gentilezza.
Fuggono i gabbiani per fare bello il cielo.
Penso ai campi gialli d’erba medica che ho visto ieri,
ai pali della luce coi cavi pesanti di merli e alle gazze ai bordi della strada
coi loro bianchi e neri a dominar l’asfalto.
Non serve a niente la verità quando una storia si consuma sotto silenzi
e pensieri autonomi.
Non sono mai stata una donna furba, sono sempre stata pensierosa.
Quando si cerca di spiegare il perché si è smesso di amare spesso si cercano attenuanti,
si danno giustificazioni, si attribuiscono colpe, si tace e mai al momento giusto.
Così una storia d’amore diventa una casa bruciata.
Rimangono i muri portanti, l’anima armata di ferro e un resto di divano a fiori.
Fuori. Fuori si sente ancora il profumo del grano.
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One day, Melody Gardot.










